21 Luglio 2017

Danno non patrimoniale da perdita animale di affezione

È risarcibile il danno non patrimoniale cagionato dalla perdita
dell’animale d’affezione, in quanto pregiudizio conseguente alla lesione
di un diritto inviolabile della persona umana costituzionalmente tutelato.


Afferma la sentenza in commento (Trib. Pavia, sez. III civile, 16 settembre 2016,
n. 1266) che ”Quanto al danno se non può ravvisarsi alcun danno patrimoniale
perché un cucciolo di cane meticcio nato in casa e senza alcun valore economico
non può aver cagionato una perdita economica ai suoi padroni, diverso è il
discorso relativo alla responsabilità non patrimoniale. Nel caso in esame si è
infatti in presenza di un danno non patrimoniale conseguente alla lesione di un
interesse della persona umana alla conservazione di una sfera di integrità affettiva
costituzionalmente protetta. (…) Le sentenze gemelle della Suprema Corte a
sezioni unite del 2008 nel delineare la responsabilità per i danni non patrimoniali
espressamente prevedono: “la tutela non è ristretta ai casi di diritti inviolabili
della persona espressamente riconosciuti dalla Costituzione nel presente momento
storico, ma (…) deve ritenersi consentito all’interprete rinvenire nel complesso
sistema costituzionale indici che siano idonei a valutare se nuovi interessi emersi
nella realtà sociale siano non genericamente rilevanti per l’ordinamento, ma di
rango costituzionale attenendo a posizioni inviolabili della persona umana”. È
indubbio che, rispetto a dieci anni fa, si sia rafforzato nella visione della comunità
il bisogno di tutela di un legame che è diventato più forte tra cane e padrone,
cosicché non possa considerarsi come futile la perdita dell’animale e, in
determinate condizioni, quando il legame affettivo è particolarmente intenso così
da far ritenere che la perdita vada a ledere la sfera emotivo-interiore del o dei
padroni, il danno vada risarcito.”


 

La pronuncia in esame ripropone la vexata quaestio della risarcibilità del
danno non patrimoniale da perdita o ferimento dell’animale d’affezione.
Perno della fattispecie è la morte di un cane, ucciso mentre si trova
all’interno di un terreno di proprietà degli attori, da un colpo di fucile
proveniente da oltre la recinzione del fondo. Il giudice civile, liberamente
valutando le prove raccolte nel giudizio penale (pur conclusosi con
l’assoluzione dell’imputato dal delitto ex art. 544 bis c.p., per difetto di
dolo) e considerando accertata la colpa del cacciatore convenuto, ritiene
sussistente la responsabilità aquiliana di quest’ultimo e lo condanna a
risarcire il danno cagionato. A tal proposito, mentre viene esclusa la
stessa configurabilità di un pregiudizio patrimoniale, “perché un cucciolo
di cane meticcio nato in casa e senza alcun valore commerciale non può
aver cagionato una perdita economica ai suoi padroni”, si riconosce il
pregiudizio non patrimoniale, affermando che “nel caso di specie si è in
presenza di un danno non patrimoniale conseguente alla lesione di un
interesse della persona umana alla conservazione di una sfera di integrità
affettiva costituzionalmente protetta”.
Come è noto la ristorabilità del danno non patrimoniale da perdita
dell’animale d’affezione, già ricondotto da un ampio orientamento
giurisprudenziale di merito sotto le insegne del danno esistenziale (ex
multis, Giud. Pace Ortona, 8 giugno 2007, in Resp. Civ. e Prev., 2008,
471 e Trib. Roma, 17 aprile 2002, in Giur. di Merito, 2002, 1254 – che
tuttavia lo esclude nel caso di specie per difetto di prova), è stata denegata
dalle Sezioni Unite “di San Martino”: ciò in quanto, sulla scorta della
lettura conforme a Costituzione dell’art. 2059 c.c. accolta in quella sede,
il danno non patrimoniale risulta risarcibile solo in presenza di
un’espressa previsione di legge o della lesione di un diritto inviolabile
della persona concretamente individuato, laddove nell’ipotesi di morte di
un animale ad essere leso sarebbe soltanto “un rapporto, tra l’uomo e

l’animale, privo, nell’attuale assetto dell’ordinamento, di copertura
costituzionale” (così Cass., Sez. un., 11 novembre 2008, nn. 26972,
26973, 26974, 26975, in Resp. Civ. e Prev., 2009, 38, che riprende, sul
punto, Cass. civ., 27 giugno 2007, n. 14846, in Danno e Resp., 2008, 36).
Tale arresto tuttavia non è bastato a tacitare il dibattito, determinando
piuttosto un mutamento dei termini in cui la questione viene di massima
posta. I giudici di merito infatti hanno continuato e tuttora continuano a
dividersi circa la risarcibilità ex 2059 c.c. del pregiudizio conseguente alla
morte o lesione dell’animale, gli uni invocando in senso contrario la
mancanza della lesione di un diritto inviolabile (è l’opinione che da
ultimo sembra dominante: Trib. Milano, 1° luglio 2014, n. 8698, ma in
obiter; Trib. S. Angelo dei Lombardi, 12 gennaio 2011, in Nuova Giur.
Comm., 2011, 663; Trib. Catanzaro, 5 maggio 2011, in Danno e Resp.,
2012, 187), gli altri asserendo in senso favorevole la compromissione di
un diritto collocato a presidio del rapporto tra il “padrone” e l’animale
d’affezione e il cui referente risiederebbe nell’art. 2 Cost., inteso – in
consonanza peraltro con le richiamate Sezioni Unite – quale clausola
aperta ad un processo evolutivo e perciò idonea a consentire il
riconoscimento delle posizioni soggettive via via emergenti nel contesto
sociale e ordinamentale (Trib. Foggia, 24 giugno 2011; G. di Pace
Palermo, 9 febbraio 2010; Trib. Rovereto, 18 ottobre 2009).
La sentenza in commento si inserisce per l’appunto in questo secondo,
filone minoritario e poggia la propria ratio decidendi sulla sussistenza
della “ingiustizia costituzionalmente qualificata” del fatto dannoso:
diventa allora centrale l’indagine circa l’eventuale rilevanza
costituzionale del rapporto affettivo instaurato tra la persona e il proprio
animale domestico. Al riguardo un consistente orientamento della dottrina
(Azzarri, Il sensibile diritto. Valori e interessi nella responsabilità civile,
in Resp. Civ. e Prev., 2012, 20 B; Di Marzio, Il riccio e il volpino. La

morte dell’animale d’affezione sotto l’incubo della ragionevole durata, in
Giur. di Merito, 2012, 561; Bona, Argo, gli aristogatti e la tutela
risarcitoria: dalla perdita/menomazione dell’animale d’affezione alla
questione dei pregiudizi c.d. bagatellari (crepe nelle sentenze delle SS.
UU. Di San Martino), in Resp. Civ. e Prev., 2009, 1035 e 1036), in critica
alle conclusioni raggiunte dalla Corte di legittimità, risolve positivamente
il quesito sulla scorta soprattutto della considerazione del recente dato
normativo. Il legislatore (non solo nazionale) avrebbe infatti recepito il
mutare della sensibilità collettiva, sì da attribuire all’animale una
posizione vieppiù differenziata da quella delle altre res e in specie da
delineare per l’animale d’affezione uno statuto differenziato, improntato
alla logica del rispetto dovuto ad un essere senziente e alla peculiare
relazione con esso instaurata dall’uomo (cfr. L. 4 novembre 2010, n. 201
– “Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea per la protezione
degli animali da compagnia […] nonché norme di adeguamento
dell’ordinamento interno” –; art. 13 TFUE; artt. 544 bis e ter c.p.,
introdotti dalla L. 20 luglio 2004, n. 189; art. 1, L. 14 agosto 1991, n. 28 –
“Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del
randagismo” –). Al di là degli elementi tratti dal diritto positivo, poi si
sostiene che l’obiettiva importanza sociale e culturale assunta dagli
animali domestici, sovente considerati alla stregua di membri del nucleo
familiare, renderebbe inaccettabile il diniego dello strumento risarcitorio
per il pregiudizio non patrimoniale, poiché una tale soluzione lascerebbe
privo di tutela minima (identificata nella tutela risarcitoria, secondo
l’insegnamento di Cass., Sez. un., 11 novembre 2008, nn. 26972-26975,
cit.; Trib. Roma, 3 maggio 2016, n. 8834, in www.dejure.it) un interesse
costituzionalmente rilevante, che l’ordinamento peraltro deve limitarsi a
“ri-conoscere” (Sapone-Vorano, Il danno non patrimoniale da perdita di
animale domestico, in Nuova Giur. Comm., 2010, II, 568 e 569;

Donadoni, Una nuova frontiera per la Corte di Cassazione: il danno non
patrimoniale “interspecifico”, ibidem, 583).
A proposito della possibilità di ritenere assurta al rango di diritto
inviolabile la pretesa al mantenimento del rapporto uomo-animale
d’affezione, va osservato come i dati di diritto positivo assunti dalla citata
dottrina quali indici di siffatta più elevata rilevanza non sembrino al
riguardo sufficientemente univoci. Le disposizioni penali in particolare
paiono esser poste a presidio di un bene giuridico di carattere oggettivo e
superindividuale, il “sentimento per gli animali”, che è cosa in essenza
diversa dalla percezione eminentemente soggettiva della lesione della
propria sfera personale e sentimentale (Ponzanelli, Nessun risarcimento
per la perdita dell’animale di affezione: la conferma del giudice di
Catanzaro, nota a Trib. Catanzaro, 5 maggio 2011, cit., 189; Basini, Dei
delitti contro il sentimento per gli animali, in Trattato di diritto penale a
cura di A. Cadoppi, Parte speciale, VI, I delitti contro la moralità
pubblica, di prostituzione, contro il sentimento per gli animali e contro la
famiglia, Torino, 2009, 85 e segg.). È agevole notare come la scarsa
pregnanza dei riferimenti normativi induca molti Autori, e le stesse
pronunce in argomento, a svolgere più o meno ampie considerazioni di
natura sociologica o psicologica volte a scolpire la speciale importanza
degli animali nella vita quotidiana, senza però tenere il discorso sul piano
che gli è proprio, vale a dire quello giuridico (esemplare, in tal senso,
Donadoni, cit., 582-586). La stessa assenza di un orientamento
giurisprudenziale univoco sul punto non consente di ritener completato il
quadro dei sintomi di un’attuale rilevanza qualificata del rapporto uomo- animale.
Queste difficoltà paiono spingere altra dottrina a spostare decisamente il
terreno dell’indagine e a tentare di ricondurre la relazione in parola ad un
diritto inviolabile già “acclimatato”, o che si suppone tale. Ragionando a

partire dalla distinzione tra danno-evento e danno-conseguenza, si è
sostenuto che la perdita dell’animale d’affezione, risolvendosi in
un’alterazione talora irreversibile della personalità del soggetto
costituzionalmente garantita ex art. 2 Cost., andrebbe pressoché in ogni
caso ad infirmare un ambito dotato di copertura a livello di Carta
fondamentale (Scarano, Il danno non patrimoniale e il principio di
effettività, in Riv. Dir. Civ., 2011, II, 24 e 25). Un discorso di questo
genere finisce però per sollevare problemi assai simili nella sostanza a
quelli che già la teorizzazione del danno esistenziale recò con sé:
individuando un diritto inviolabile ad amplissimo spettro, definito, anzi,
più in termini finalistici (la realizzazione della “personalità” umana) che
di contenuto, si apre la via alla proliferazione di pretese risarcitorie legate
a pregiudizi disparati e soprattutto dalla dubbia rilevanza giuridica (viene
spontaneo un parallelismo col tedesco “diritto generale della personalità”,
la cui elaborazione si spiega però a fronte di un sistema dell’illecito civile
profondamente diverso dal nostro; cfr. Francisetti Brolin, Danno non
patrimoniale e inadempimento, Napoli, 2014, 133). In termini più generali
va osservato che il riferimento fatto dalle Sezioni Unite di San Martino
alla “coscienza sociale di un determinato momento storico” rischia di
tradursi, se non suffragato da univoci riscontri a livello (quantomeno) di
norme primarie, in un comodo escamotage per svuotare dall’interno il
principio di tipicità chiaramente desumibile dall’art. 2059 c.c. (come già
paventato, prima della svolta del 2008, da Gazzoni, Alla ricerca della
felicità perduta (psicofavola fantagiuridica sullo psicodanno esistenziale,
in Riv. Dir. Comm., 2000, I, 675; contra Lipari, Responsabilità
contrattuale ed extracontrattuale: il ruolo limitativo delle categorie
concettuali, in Contratti, 2010, 705). Il che, oltre a risolversi in una
violazione degli stessi canoni ermeneutici codificati che impongono il
rispetto, pur nei limiti di compatibilità con il sovraordinato paradigma
costituzionale (e nella acquisita consapevolezza circa l’immancabile

spinta creativa insita nell’interpretazione), del “nucleo minimo di
significato” desumibile dal dettato legislativo (G. Zaccaria, voce
“Interpretazione della legge”, in Enc. Dir., Annali, V, 2012, 704), finisce
per riconsegnare al risarcimento del danno non patrimoniale una funzione
punitiva, sanzionatoria, che giurisprudenza e dottrina concordemente e da
lungo tempo gli negano (Gazzoni, cit., 676).
La sentenza pavese che qui si commenta ben compendia le rilevate
criticità. Essa, invero, sembra compiere un apprezzamento (peraltro,
piuttosto generico) della realtà sociale e dell’acquisita speciale rilevanza,
nella tavola dei valori condivisa, della relazione affettiva uomo-animale,
senza che queste considerazioni, tuttavia, siano accompagnate da
un’adeguata ricerca di indici normativi idonei a corroborarle a livello
giuridico-positivo (come si sforza di fare, perlomeno, Trib. Rovereto, 18
ottobre 2009, cit.). D’altro canto, l’affermazione per cui la rottura del
legame del danneggiato col proprio animale domestico sarebbe coincisa
con la “lesione di un interesse della persona umana alla conservazione di
una sfera di integrità affettiva costituzionalmente protetta” pare
sintomatica di quella vera e propria inversione logica a cui abbiamo
poc’anzi accennato, consistente nella individuazione di un diritto,
rilevante ex art. 2 Cost., avente per oggetto la stessa “personalità”
dell’uomo e, come tale, suscettibile di esser infranto ogniqualvolta una
relazione affettiva o una consolidata abitudine di vita sia travolta o
menomata dalla condotta di un terzo. In tal modo la pronuncia si muove
al di fuori dei confini della tipicità del danno non patrimoniale come
delineata dalle Sezioni Unite e, in fatto, ripropone la prospettiva ripudiata
dalle sentenze di San Martino ma difesa, anche all’indomani di queste
ultime, dalla dottrina “esistenzialista” (cfr. Cendon, Cass. S.U.
26972/2008. Non con l’accetta per favore, in www.personaedanno.it).
Oltretutto, l’intento che ha mosso l’intervento nomofilattico del 2008 è
dichiaratamente quello di fissare uno statuto generale per il danno non

patrimoniale, evitando nei limiti del possibile la proliferazione di
tendenze soggettivistiche che porterebbero al ristoro pressoché
automatico di tutti i pregiudizi non pecuniari. Una simile logica sembra,
per le ragioni che si sono esplicitate, esser stata accantonata dalla
sentenza in esame, la quale all’opposto sposa un paradigma (definibile,
volendo, come del “diritto inviolabile allo sviluppo della personalità”) che
si presta più di ogni altro a far luogo all’affollamento di voci di danno
eterogenee e mutevoli.
Le considerazioni testé svolte non possono comunque essere
assolutizzate. È un dato di fatto sovente richiamato che, in date
circostanze, il legame instauratosi tra animale e “padrone” assume una
tale importanza nella vita di quest’ultimo da far sì che la sua recisione
determini uno sconvolgimento radicale nella vita della persona, trovatasi
magari priva dell’ultimo centro di affetti restatole (si pensi alla vecchia
signora rimasta sola, che trova l’unica compagnia nel cane o nel gatto
fidato) oppure di un ausilio indispensabile per condurre un minimum di
vita di relazione (tale può essere il caso del cieco, per il quale il cane- guida costituisce il tramite con un’ampia porzione della realtà esterna). A
fronte della specificità di tali ipotesi, un utile spunto per una soluzione
ragionevole può provenire dalla riflessione in ordine alla distinzione,
sviluppata con riguardo al diritto di proprietà, tra diritti-mezzo, privi in sé
e per sé della qualifica dell’inviolabilità, e diritti-fine (quali il diritto alla
vita, alla salute, la libertà personale ecc.). Si è sostenuto in particolare che
determinati beni e servizi, oggetto di diritti patrimoniali e innanzitutto del
diritto di proprietà – del quale si nega la natura stricto sensu inviolabile
(riferimenti in Baldassarre, voce “Diritti inviolabili”, in Enc. Giur.
Treccani, XI, Roma, 1989, 24) – potrebbero risultare a tal punto
funzionali all’esercizio di diritti inviolabili che, intaccando i primi, si
intaccherebbero per ciò stesso i secondi (Navarretta, voce “Diritti
inviolabili e responsabilità civile”, in Enc. Dir., Annali, VII, 2014,

Milano, 367). Un modello così articolato potrebbe essere utilmente
impiegato quale paradigma per consentire la prestazione della tutela
risarcitoria in quelle situazioni-limite ove la morte o la lesione
dell’animale comprometterebbe il pieno godimento di diritti inviolabili
effettivamente riconosciuti come esistenti. A tanto si giungerebbe
valorizzando la natura di res, di cose mobili che, sia pure in termini
sempre più sfumati, tuttavia l’ordinamento continua ad attribuire agli
animali. In quanto beni di proprietà del “padrone” il danno ad essi
arrecato non potrebbe attivare quella tutela piena che, secondo le Sezioni
Unite, deve assistere i diritti inviolabili (proprio perché la proprietà, quale
che ne sia l’oggetto, non sembra assurgere – almeno di regola – a tale
rango). Se però nel caso concreto l’animale, sempre riguardato nel suo
profilo giuridico di res, apparisse come strumento indispensabile per
l’esercizio di una situazione soggettiva dalla sicura rilevanza ex art. 2
Cost., allora la compromissione del rapporto con l’animale (mezzo)
potrebbe tradursi nella compromissione del diritto inviolabile (fine) il cui
dispiegamento fosse garantito da quel rapporto (per un articolato sviluppo
di tale prospettiva con riguardo alla diversa tematica del danno non
patrimoniale da infiltrazioni si vedano Trib. Trieste, 9 dicembre 2013, n.
986, in www.dirittocivilecontemporaneo.it e Trib. Vercelli, 12 febbraio
2015, in www.personaedanno.it; in dottrina Di Genova, Risarcimento del
danno non patrimoniale da lesione del diritto di proprietà: una svolta nella
giurisprudenza di merito nazionale, in Riv. Crit. Dir. Priv., 2016, 293 e
segg.). Ed è a queste condizioni, evidentemente restrittive, che il
risarcimento del danno non patrimoniale conseguente alla perdita
dell’animale d’affezione potrebbe trovare spazio: non come mezzo di
ristoro della violazione di un ipotetico diritto costituzionale a vivere il
“rapporto interspecifico” (su cui Donadoni, cit., 583 e 584), ma come
compensazione per il pregiudizio arrecato dalla lesione di un diritto

inviolabile già consolidato, diritto rispetto al quale, nel singolo caso, la
relazione uomo-animale si pone come tramite necessario.
Al di fuori di tali ipotesi – e, ovviamente, al di fuori dei casi in cui la
condotta del danneggiante costituisce reato, perché allora, in presenza di
un’espressa disposizione di legge quale l’art. 185 c.p., il danno non
patrimoniale sarà sempre risarcibile nelle sue diverse componenti – pare
giocoforza ammettere che “nonostante il carattere aperto della clausola
generale di tutela di cui all’art. 2 Cost. […] resta il fatto che la categoria
dei diritti della persona costituzionalmente garantiti e a maggior ragione
quella dei valori inviolabili non è poi così infinita come a prima vista si
potrebbe essere indotti a ritenere […] se ne inferisce la conseguenza che
interessi e valori della persona socialmente apprezzabili e come tali
meritevoli di tutela alla stregua dell’interest rei publicae o per conforme
valutazione della comunità giuridica restino non giustiziabili sul piano
aquiliano” (così Scalisi, Danno alla persona e ingiustizia, in Riv. Dir.
Civ., 2007, I, 152).